Napoli. «Avete fatto un teatro bipartisan!»
Donatella Longobardi



Napoli. «Avete fatto un teatro bipartisan!» esclama Riccardo Muti notando che al San Carlo ci sono da un lato uno stemma borbonico e dall’altro uno scudo sabaudo, perfettamente restaurati. Il maestro ieri a Napoli ha visitato il cantiere del teatro - dove terrà un concerto il 7 febbraio - poi è andato in Conservatorio e nel complesso di San Domenico Maggiore, futura sede del Museo della musica. Una giornata sull’onda dei ricordi. E non solo. «Sicuramente - ha detto - Napoli ha problemi gravi, e la crisi dei rifiuti l’ha proiettata negativamente nel mondo. Ma io che il mondo lo giro per lavoro e sono un ambasciatore della cultura italiana e napoletana, sono fiero delle cose che si stanno facendo per risollevare le sorti della città. Napoli è un ammalato che si sta riprendendo. Tutti possiamo darle una mano, sono qui per questo». Orgoglioso delle sue radici, emozionato, Muti ha ricordato la madre napoletana, la casa di Chiaia dove nacque, gli studi al convitto Vittorio Emanuele e nel vicino San Pietro a Majella con Vincenzo Vitale e Aladino Di Martino. «Se sono quello che sono oggi, lo devo a loro», ha esordito il maestro nel corso di un breve incontro in Conservatorio, dove è stato avvicinato da molti studenti. Per tutti ha avuto una parola di incoraggiamento e sostegno. «Quando cominciai forse la situazione non era migliore di oggi, noi eravamo dei provinciali eppure ce l’abbiamo fatta», ha insistito Muti rivolgendosi a Niccolò Parente, per anni alla Scala, direttore artistico del San Carlo e del Carlo Felice, concertista, oggi presidente del San Pietro a Majella. E ha invitato gli allievi ad assistere alle prove del suo concerto con l’orchestra del San Carlo, a febbraio. «Un modo - ha spiegato - per avvicinarsi a quella che è la “missione” del fare musica insieme. Certamente è una strada difficile, che richiede sacrificio e talento. Anche nel nostro mondo possono esserci ingiustizie, ma fanno parte della società in cui viviamo». Una società in cui il ruolo della musica deve essere rivalutato: «Ci sono teatri ancora chiusi, ci sono regioni, come la Campania, in cui non c’è un’orchestra giovanile e non ci sono possibilità di lavoro per chi esce dai Conservatori. Ma ho l’impressione che qualcosa stia cambiando, con fatica, nonostante i tagli al Fus, il fondo dello spettacolo; sento che la situazione si evolve, e si comincia a riconoscere che la musica è uno dei pilastri della nostra cultura». Ottimista, dunque, il maestro. Anche per il panorama musicale napoletano e, innanzitutto, il San Carlo. Nel teatro chiuso per lavori ma con la sala già pronta e illuminata, Muti ha registrato un servizio per una puntata speciale di «La storia siamo noi», poi con il commissario Nastasi e i tecnici che seguono il restauro ha visitato le nuove sale prove e il foyer sotto la platea. «L’acustica? Non possono che migliorarla», ha detto, «oggi ci sono tecniche sofisticatissime». Il maestro è rimasto affascinato anche dal grande complesso di San Domenico, dove già tra un anno sarà realizzata una parte del futuro Museo della musica (ma già venerdì a Suor Orsola il Cardinale inaugurerà la prima tappa delle mostre dedicate alla «Città Cantante»). Ad accompagnare Muti, l’assessore alla Cultura della Regione, Velardi, e i tecnici della Sovrintendenza di Stefano Gizzi, che stanno curando il restauro. «Un luogo magico», lo ha definito il maestro, che pure conosce tutti i tesori del patrimonio storico e artistico napoletano, ma non aveva mai visitato il San Domenico, dove fino a una ventina d’anni fa aveva sede la Corte d’Appello di Napoli. Una piccola ala dell’enorme edificio, la chiesa, due chiostri, refettori, è ancora occupata dai frati. Tra loro, padre Giovanni Ippolito, appassionato cultore della storia del suo ordine, sta ricostruendo le tappe dell’antico convento napoletano, dove nel 1606 fu composta la prima «Novena di Natale» e nel 1725 Carmine Giordano scrisse la «Ninna nanna al bambinello» ed ebbe contatti con Sant’Alfonso de’ Liguori, autore della più celebre «Quanno nascette Ninno». «Ma abbiamo anche trovato antiche macchine di festa, per le Quarant’ore, dove si accendevano contemporaneamente 2420 lucerne a olio», spiega, confermando che tutto il materiale storico del San Domenico è oggi all’Archivio di Stato e attende d’essere studiato. Muti ascolta, nota con ironia l’affresco di un’Ultima cena in cui un San Giovanniello che assomiglia tanto a una ragazzina è tra le braccia di Gesù, s’informa di cosa si intende fare nelle varie sale. «L’importante - afferma - è che si crei un collegamento tra le istituzioni musicali napoletane, senza gelosie. Nel Settecento Napoli è stata una grande capitale della cultura, può tornare ad esserlo».

 

(Articolo de "Il Mattino" del 06/12/2008)